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MAX MARA SELFIEIl selfie, pratica diffusissima che prevede un autoscatto fotografico eseguito da un qualunque apparecchio digitale e principalmente finalizzato alla pubblicazione sui social network, offre spunti interessanti dal punto di vista coreografico. Il corpo è costretto a deformazioni e rigidità innaturali, il mettersi in posa obbliga a una più acuta e amplificata coscienza della propria immagine o di parti di essa.
In scena le performer si muovono all’interno di uno spazio percepito come un set fotografico, di fronte agli obbiettivi o in attesa di esserlo. Affidandosi a una gestualità quotidiana o costruendo figure stereotipate cercano di rimediare alla fragilità dovuta all’idea di essere costantemente esposte e catturate da immaginari scatti. Queste istantanee fittizie possono provenire dall’esterno, da parti del proprio corpo o da sezioni di corpi altrui, generando simultanee, automatiche e frammentarie esibizioni di sé. A livello coreografico si riproduce l’azione dello zoom fotografico attraverso la selezione continua e nervosa di punti del corpo da sottolineare ed evidenziare. L’ossessionante e impudica sovraesposizione genera solitari e artificiosi paesaggi stranamente privi di contesto, in un’atmosfera tuttavia svagata, ironica in quanto deliberatamente frivola.